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BIOGRAFIA

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L’arte … per sopravvivere

C’è chi celebra la vita, chi la morte e chi la sopravvivenza. Mafalda lo sa bene e lo trasmette tramite i suoi dipinti.
Nata a Massa il 14 luglio 1960, dedica la sua vita dedicata all’imprenditoria e poi il buio, nel giro di pochi anni si ritrova orfana, vedova e senza un lavoro, per poi per ultimo subire il dolore più grande, la morte improvvisa di un figlio, Lorenzo, all’età di diciotto anni. La sua vita non ha potuto che cambiare nettamente. Dicono che le esperienze insegnino, che mutino la visuale del mondo, le prospettive, le priorità e così è stato. La crisi l’ha investita in ogni sua forma, nel lavoro e nella perdita degli affetti più cari.

Fu lì che ricominciò a dipingere.

Fu un atto importante, necessario e dovuto e fu la sua salvezza. Nulla che richiamasse i suoi dipinti della giovinezza, figurativi, ispirati al naif, di quando era ancora donna spensierata e piena di progetti, ma uno stile nuovo, pieno, materico, travolgente come la sua vita è stata.
L’arte diventa un balsamo con cui lenire le ferite, uno sfogo con cui urlare verso il cielo, il grido di dolore, un elemento salvifico con cui non è possibile vivere ma sopravvivere.
Mafalda lo ricorda sempre, attimo dopo attimo:

“ io non vivo, sopravvivo! Sopravvivo al dolore perpetuo, al nodo perenne in gola, alla voglia di neutralizzarmi per il fardello immenso che mi porto dietro, ma devo farlo, lo devo alla mia unica figlia rimasta e l’arte me lo permette“.

Ecco che allora i quadri assumono la figura dell’impeto, della violenza del mare mosso, in un vortice di ‘’vangoghiana memoria’’, nella simbologia della durezza della vita e degli interventi del destino che prepotentemente, repentinamente, si divertono a scambiare il corso necessario degli eventi e cercano di trascinarli via.
Prendono le sembianze del vento che, soffiando sui fiori, non riesce a spezzarli e ad impedire che questi si rialzino, come Mafalda, come la sua vita e la sua tenacia.
Diventano l’immagine del fuoco e della sua forza prorompente, del suo crepitio, fiero, frizzante che si eleva verso l’alto.
Ancora, i suoi dipinti ricordano la terra con le sue forti radici che si diramano nel sottosuolo che cela spesso una realtà ben diversa dall’apparenza. Talvolta evocano dolcezza, la dolcezza dei cuori trascinati dal vento, quasi per cercare una riconciliazione, un’unione con quella parte di sé, col figlio ormai lontano: una dimensione onirica, che nel rammarico di non poterla raggiungere nella realtà, suscita tenerezza ed emozione.
Un tema ispirato da quell’episodio in cui, guardando verso il cielo, Mafalda vide delle lanterne cinesi disposte a forma di cuore che interpretò come segnale ultraterreno di quella riconciliazione eterna ed immensa.
Talvolta invece, troviamo urli strazianti, tristi rappresentazioni del dolore, in particolare di quello di una madre che ha perso parte di sé.

L’arte per Mafalda ha al centro l’uomo nella sua dimensione irrazionale, emotiva, sentimentale, passionale ed è un collegamento con il trascendente, con l’aldilà, con la vita ultraterrena dove ormai sono confinati i suoi affetti.

C’è un legame fra dimensione terrena e dimensione onirica, ove l’artista cerca rifugio, affetto, sopravvivenza, a volte riuscendoci a volte no, confinandosi nel tormento della realtà. C’è sempre un richiamo al destino, che ritorna in ogni sua forma e che è collegato ad un divino che veglia dall’alto. L’uomo non può fare altro che piegarsi al suo volere, ai suoi interventi, ma senza mai confinare nell’autodistruzione: deve accettare e basta e cercare di convincersi nel migliore dei modi, perché non ha gli strumenti per combatterlo o per prevederlo e la limitatezza della ragione non può aiutarlo nella comprensione, se non nella buia enigmatica consapevolezza del non sapere.

Cosa salva l’uomo dall’amara accettazione di un destino crudele? L’irrazionale! L’emozione, il sentimento, l’arte, lo collocano in simbiosi con l’eterno, lo elevano nel trascendente e gli permettono di convivere, seppur a malincuore, con la brutalità del destino.

Alla fine dunque c’è sempre un messaggio di dolce speranza, quella della riconciliazione nell’eterno attraverso una dimensione onirico-spirituale e c’è sempre una via salvifica, quella di trovare nel sentimento e nell’arte la via di fuga dalle sofferenze che la cruda realtà riserba.
Nell’arte di Mafalda troviamo tutto ciò, ma anche la grande capacità di sapere coinvolgere: la sua sofferenza, tramite l’allegoria dei suoi quadri, diventa improvvisamente quella di tutti, la sua emozione diventa condivisibile, i suoi stati d’animo vengono assorbiti, percepiti nell’immediato e subito penetrano nelle menti e nei cuori degli osservatori facendo vibrare il loro lato più sensibile, coinvolgendoli in un profondo stato meditativo, in armonia con il divino, in sintonia con la purezza dello spirito e conducendoli così nell’eterno.

Eleonora Cantoni
16 agosto 2014


ENG

The art ... to survive

There are those who celebrate life and death, and those who survive. Mafalda knows it and transmits it through her paintings. Born in Massa on July 14, 1960, she dedicated her earlier life to entrepreneurship, until sudden darkness came forth: within a few years, she found himself orphan, widow, jobless, and she experienced the greatest pain of all, the sudden death of her son, Lorenzo, age eighteen. Her life could not but change completely. People say that experience teaches, that it can change your view of the world, your prospects and priorities, and so it was with her. The crisis has invested her in all human form, in work and in her loved ones.

And so, she started painting.

It was an important and necessary turn of events, and it saved her. Nothing recalls the figurative, inspired-by-the-naive paintings of her youth, when she was still a carefree woman and full of projects; she follows a new style, full of object-based material, overwhelming as her life has been. The art becomes a balm with which to sooth her wounds, an outlet with which to scream at the sky, a wail of woe, a saving element with which it is not possible to live but to survive.
Mafalda always remembers this, day in and day out:

"I do not live, I survive! I survive the perpetual pain, the perennial lump in my throat, the desire to neutralize myself for the immense burden I carry around; I have to do it, I owe it to my only remaining daughter, and the art will allow me to do it. "

So the paintings take the shape of the impetus and violence of rough sea, in a whirl of ''van Gogh’s memory'', in the symbolism of the harshness of life and the interventions of fate that powerfully and suddenly enjoys to change the necessary course of events and drags them away. They take on the shape of the wind blowing on flowers without breaking them but preventing them from rising, just as Mafalda, her life and her tenacity.
They become the image of the fire and its irrepressible force, with its proud and cheerful crackling, rising upward. Still, her paintings are reminiscent of the earth with its strong roots branching out into the soil that often hides a very different reality from the apparent. Sometimes they evoke sweetness, the sweetness of hearts dragged by the wind, as if seeking reconciliation, a union with that part of herself which is now far away, her son; a dreamlike dimension, which, in the regret of not being able to achieve reality, elicits tenderness and emotion.
A theme inspired by the episode in which, looking to the sky, Mafalda saw Chinese lanterns in the shape of heart which she interpreted as a signal of that otherworldly, eternal, and immense reconciliation. Sometimes, however, we find harrowing screams and sad representation of pain of a mother who has lost part of herself.

For Mafalda the art has at its center the man with his irrational, emotional, sentimental, and passionate dimensions; the art is a connection with the transcendent, with the hereafter, the afterlife where her feeling are by now confined.

There is a liaison between the earthly and oneiric dimensions, where the artist seeks refuge, love, and survival, sometimes succeeding and sometimes not, confining himself to the torment of reality. There is always a reminder of the fate, which returns in all its forms and which is connected to a divine watching from above. Man can only bend to his will and his actions, but without bordering to self-destruction: he just has to accept and try to convince himself the best way he can, because he does not have the tools to fight or to predict and the limitation of reason cannot help understanding, if not in the dark enigmatic awareness of not knowing.

What saves man from the bitter acceptance of a cruel fate? The irrational! Emotion, feelings, and art place him in harmony with the eternal, they elevate him in the transcendent and allow him to live, albeit reluctantly, with the brutality of fate.

So, in the end there is always a sweet message of hope, the hope of eternal reconciliation through an oneiric-spiritual dimension; and there is always a way of salvation, that to find in emotions and art the way of escape from the sufferings that the harsh reality has in store.
In Mafalda’s art of we find all this, along with the great ability to involve emotionally: her suffering, through the allegory of her paintings, is suddenly transmitted to everyone, her emotions are shared, her moods, absorbed and perceived immediately, penetrate quickly into minds and hearts of observers making their more sensitive sides vibrate, involving them in a deep meditative state, in harmony with the divine, in harmony with the purity of the spirit and finally leading them into the eternal.

Eleonora Cantoni
16 agosto 2014

Traduzione del dott. Mario Cornali